Lettera per la giornata missionaria di Abba Ermanno
Lettera per l’Ottobre Missionario 2026
Che cosa significa celebrare la Giornata Missionaria Mondiale?
Non ho mai pensato che la mia esperienza fosse esclusiva. Credo che essere in missione ad gentes (lasciare la propria terra per andare verso terre lontane) non sia più una prerogativa di pochi. Ormai, infatti, il “fuori”, il “lontano”, lo troviamo appena varchiamo la porta di casa. Anche i sacerdoti che operano in Italia si trovano oggi a lavorare in contesti nei quali la fede è sempre più estranea al tessuto sociale. Per certi versi, il loro ambiente può rivelarsi più ostile di quello in cui lavoro io.
Quando vi scrivo, raramente vi parlo di me stesso, proprio per il motivo che ho appena detto: non considero la mia un’esperienza straordinaria. Oggi, però, voglio fare un’eccezione. Vi racconto qualcosa di me, forse come non ho mai fatto prima.
Sono partito ormai nel lontano 1992, quando non ero ancora sacerdote. San Teodoro aveva allora donato alla Chiesa un buon numero di preti. Io non lo ero ancora quando i miei superiori mi chiesero di andare in Etiopia, dove i Salesiani di Milano stavano aprendo nuove missioni.
Trascorsi qualche mese in Irlanda per imparare l’inglese. Per una felice coincidenza, c’era con me anche don Gildo Conti, con il quale condivisi le tipiche giornate piovose di quella terra e i pasti austeri. Poi atterrai ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, per mettermi al servizio di una comunità che accoglieva ragazzi e ragazze con disabilità.
Mentre mi occupavo della vita quotidiana di quei giovani, imparavo l’amarico, una lingua semitica dal sapore orientale che ancora oggi mi affascina. Quella lingua mi aprì la mente e il cuore al mondo africano dell’altopiano etiopico. Con me c’era Teresa, una dottoressa di Casatenovo che sarebbe poi rimasta in Etiopia per tutta la vita.
Ricordo ancora l’odore particolare dell’aria appena sceso dall’aereo. Ricordo anche la visita a un ospedale vicino alla nostra missione, dove un bambino malato di lebbra mi prese la mano sorridendomi. Quella fu una delle tante volte in cui, nella mia vita, mi sembrò di toccare il Cristo stesso nella sua debolezza e nella sua sofferenza.
Dopo due anni fui mandato in Israele per studiare teologia: quattro anni trascorsi tra vigneti, uliveti e libri. La nostra comunità produceva il miglior vino della Terra Santa. Alla fine di settembre, l’anno accademico si apriva con una settimana dedicata alla raccolta delle olive. La comunità sorgeva su un’altura dalla quale si potevano ammirare gli edifici dorati di Gerusalemme sud. In quei quattro anni di studio, accompagnati dalla guida del nostro docente di archeologia, ebbi modo di visitare ogni angolo della Terra di Gesù.
Nel 1998, dopo l’ordinazione presbiterale, tornai in Etiopia. Mi dedicai dapprima alla formazione dei giovani confratelli, poi all’educazione primaria e secondaria in diverse scuole salesiane, dal sud al nord del Paese.
Non potrei raccontare tutto: la mia vita non è mai stata monotona. Ho lavorato nelle grandi città e nella foresta, lungo i fiumi e sulle montagne. Mi sono dedicato alla formazione dei novizi, all’istruzione degli studenti delle scuole superiori, alla costruzione di piccole missioni in villaggi remoti e all’insegnamento della filosofia ai seminaristi. No, non mi sono mai annoiato.
Ho trascorso mesi senza acqua né elettricità; per due mesi sono rimasto confinato nel nord, senza internet e sotto i colpi dell’artiglieria; per cinque anni sono vissuto da solo nella foresta, sostenuto soltanto dall’aiuto di persone umilissime e ospitali, che hanno saputo rendere lieto il mio lavoro.
Ho ammirato le montagne infuocate del nord e il fragore del Nilo Azzurro; ho conosciuto la tranquillità dei laghi, ho percorso sentieri da vertigine, spesso da solo, esposto anche al pericolo di animali feroci. Ho respirato i valori di una civiltà millenaria scolpita nella roccia, ho gustato l’ospitalità di chi non ha niente e dà tutto.
Eppure, gran parte della mia vita l’ho vissuta qui, in questo grande Paese, fiero e orgoglioso della propria storia. Non conosco altro. E da qui, ormai, non sono più stato capace di andarmene.
Oggi vivo ad Addis Abeba, ospite delle Suore Salesiane. Mentre loro si occupano di 2.500 studenti e io assicuro loro la celebrazione quotidiana della Messa, mi dedico alle attività parrocchiali: sacramenti, visite alle famiglie e ai malati, incontri, ritiri spirituali…
Da lontano seguo anche due progetti. Il primo è una scuola materna, già avviata, che presto proseguirà con la scuola elementare. Il secondo è un centro di studio e di accoglienza, ancora in fase embrionale, destinato ai ragazzi che si preparano all’esame di maturità. Ve ne parlerò in un’altra occasione.
Quando torno a Cantù, spesso mi invitate nelle vostre case. Rivivo i ricordi di un tempo, condivido le vostre gioie, vedo quanto la grazia di Dio opera nei cuori e raccolgo anche qualche lacrima. Poi riparto e torno alla mia solitudine, abitata, per quanto posso, di lavoro, di preghiera e gratitudine a Dio. Forse non vi ho mai ringraziato abbastanza della vostra vicinanza e del vostro affetto. Li ricambio nella preghiera e affidandovi al Signore.
Voi avete la vostra missione: il lavoro, lo studio, i figli, i genitori anziani, i nipoti, l’impegno sociale, il servizio in parrocchia… La missione, qualunque essa sia, ci ricorda che siamo mandati. E se siamo mandati, è perché siamo stati chiamati. Se abbiamo saputo riconoscere la voce di Dio, è perché ci siamo messi in ascolto della sua Parola. Perseveriamo, dunque, in questo ascolto.
Facciamo come la cerva che cerca corsi d’acqua e si ritrova davanti allo spettacolo delle cascate e alla forza impetuosa dei torrenti. Non le bastava un esile ruscello. Anche a Dio non bastava: Lui ci conduce oltre ciò che avevamo immaginato. Noi cerchiamo, e troviamo molto più di quanto abbiamo cercato. Ascoltiamo una parola e ne sentiamo risuonare due. Progettiamo e, se lo facciamo con Dio, Lui moltiplica i nostri sforzi e dilata i nostri orizzonti.
È tempo di seminare e di custodire il seme, perseverando nell’attesa finché la Parola seminata non darà il suo frutto. Forse alla nostra generazione non sarà dato di vedere il trionfo, ma ci è chiesto di essere fedeli nelle cose ordinarie, di sperare contro ogni speranza e di comunicare il significato più vero dell’amore: da cuore a cuore, di casa in casa, assaporandone tutta la bellezza e lasciandoci sorprendere dalla sua inesauribile novità.
È questo che oggi mi affascina: tutto può diventare così nuovo, tutto può ritrovare una purezza originaria che ci riconduce alle origini del Vangelo! Non sarà mai troppa la fiducia che riponiamo in Dio. Egli può donarci ben più di quanto abbiamo sperato, persino più di quanto abbiamo saputo immaginare.
E per portare questa fiducia alla sua pienezza, non speriamo soltanto qualcosa da Dio: speriamo Dio stesso, da Dio stesso, per il tempo e per l’eternità.
Vostro in Gesù e in Maria, Don Ermanno.

